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Mito e Storia

Dal crollo dell'impero romano a Gioacchino Murat

Con la caduta dell'impero romano e l'invasione dei barbari, Palinuro e la vicina Molpa finirono nelle mani dei Goti. L'imperatore Giustiniano per scacciarli gli mandò incontro il generale Belisario che riuscì nell'impresa ma dovette distruggere le due città in cui i nemici erano ben asserragliati, risparmiando nemmeno gli abitanti e costringendo alla fuga i pochi superstiti (557 d.C). Dopo la distruzione pochi fecero ritorno alla propria abitazione e le due città furono ricostruite; da qui ha inizio un periodo oscuro di cui non si hanno notizie certe. La città di Molpa andrà incontro al suo destino: scomparì definitivamente la notte del 11 giugno 1464 per mano di pirati turco-saraceni.

Palinuro, borgo medievale di San Severino
Di Palinuro si sa che fu distrutto ripetute volte e altrettante ricostruito. Quasi di continuo subì saccheggi, incendi e distruzioni da parte dei pirati che decimarono la popolazione locale. Dopo la feroce devastazione del 1531 pochi erano gli abitanti rimasti, ed ogni casolare sfuggito alla sanguinosa incursione scomparve in quella successiva del 1534.
I pochi superstiti trovarono rifugio nelle campagne e nelle caverne del Mingardo, alle spalle del borgo di San Severino. Dopo un certo periodo questi, presi da grande nostalgia nonchè da forza d'animo e volontà, ritornarono al luogo natio avviando il duro lavoro di ricostruzione. Per fronteggiare le incessanti scorrerie dei pirati lungo le coste, nel 1566 fu reso operativo il progetto di costruire torri d'avvistamento lungo il litorale del Regno di Napoli e di ristrutturare quelle esistenti.
Il territorio di Palinuro fu fortificato intensamente: vennero erette ben otto torri e rimesse a punto quattro.

All'inizio del '700 con la fine della pirateria, dell'antica cittadella ellenica rimase soltanto un piccolo borgo marittimo: contava circa 120 abitanti. Cento anni più tardi, in piena età napoleonica, il Regno di Napoli era governato dal vicerè Gioacchino Murat (1808). Il Cilento era scosso da fermenti di rivolta contro il potere centrale, come del resto in tutto il Regno; si respirava un clima di incertezze che diede il là al brigantaggio incoraggiato poi dai borboni e dagli ingliesi insediati in Sicilia.
Questo fenomeno sociale prese forza nel Cilento, considerato un’area dall’elevato interesse strategico, e Palinuro ne divenne una delle sue roccaforti. Pertanto il genio militare (Murat) ideò e costruì tre fortificazioni per renderlo inespugnabile: il fortino del porto, la batteria del porto e il fortino del Monte d’Oro.
Le cronache riferiscono che il 18 novembre 1811 le fortificazioni mostrarono tutta la propria capacità difensiva resistendo vittoriosamente alle forze militari inglesi e borboniche che attaccarono in azione coordinata dal mare e da terra, ma dopo vani assalti furono costrette a ripiegare. Nel 1814 in gran segreto il re Gioacchino Murat si recò a Palinuro per ispezionare di persona i fortini. Pernottò nel palazzo feudale e la mattina seguente di buonora visitò la grotta azzurra, dopodiché esaminò le fortificazioni per valutarne lo stato di difesa. Il re, rimasto incantato dalla costa, ritenne un peccato che Palinuro non fosse un’isola, ritenendolo per bellezza di gran lunga superiore a Capri.


Il governo napoleonico nel decennio della Repubblica Partenopea introdusse una serie di riforme in tutti i campi, apportando innovazioni nella giustizia, nell’istruzione; un positivo impulso venne posto con l’abrogazione del feudo. I riflessi di questi eventi si fecero subito sentire nel Cilento, propiziato dall’interesse di Murat, affascinato da questa terra e innamorato di Palinuro. Palinuro, punta paradisoMurat ne rimase letteralmente incantato, lo definì “la rada del Paradiso” e covava un ambizioso progetto: evitare alle navi il pericoloso doppiaggio del promontorio, costruendo un canale navigabile che partendo dalla spiaggia della Marinella, seguendo il corso del fiume Lambro, sarebbe sfociato nel mare delle Saline. Cosicché Palinuro sarebbe diventato un’isola.
Con la caduta del governo napoleonico e l’uccisione di Murat nel 1815, il regno passò in mano ai Borboni che ripristinarono i vecchi sistemi medioevali. Tra i rivoltosi napoletani si decise di preparare una sommossa che avrebbe raccolto uomini in tutta la provincia per costringere il Borbone a concedere una costituzione di tipo francese.
Non a caso fu scelto il Cilento quale terreno adatto a condurre questa eroica impresa.

Il piano insurrezionale fu però scoperto ed immediatamente arrestati i maggiori esponenti, non si potè sperare negli aiuti promessi. I mezzi a disposizione erano scarsi e scarsi erano gli adepti: ciononostante si diede il via alla rivolta.
L’idea fu di conquistare il forte di Palinuro per rifornirsi di armi e munizioni. Esso fu preso con un astuto stratagemma, ma tutto l’arsenale era stato trasferito giorni prima a Salerno su ordine della polizia borbonica. I ribelli non perdendosi d’animo, raggiunsero la piazza di Palinuro dove fu letto il “Proclama di Palinuro”: era l’inizio dei moti liberali. Gli insorti, con al seguito le milizie borboniche catturate al forte, vagarono in molti paesi ove furono acclamati e festeggiati, ma presto si scontrarono con una triste realtà.
Da Napoli era partito un esercito di sei mila uomini al comando del sanguinario maresciallo Del Carretto. La repressione fu violentissima, il Del Carretto con uno spropositato numero di uomini pose sotto i suoi piedi l’intero territorio cimentano, bruciando interi borghi pur di stanare i rivoltosi. A ricordo del sacrificio dei cilentani giustiziati in Palinuro, fu eretta una lapide in località Punta Paradiso.

Testi a cura de "Associazione culturale PAL-MOL".