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Palinuro restituisce in età storica, intorno, cioè, alla metà del VI sec. a.C. le preziose testimonianze di una comunità indigena, di origine Enotria, entrata nell’orbita commerciale delle potenti metropoli magno - greche dello Ionio e del basso Tirreno.
Gli scavi effettuati soprattutto negli anni ’50 sull’altura di Tempa della Guardia, in località S. Paolo, hanno portato alla luce i resti di un abitato fortificato, dotato cioè di una cinta muraria, organizzato per nuclei sparsi di abitazioni che presentavano lo zoccolo in pietra e l’elevato in materiale deperibile. A questo insediamento si collega, in genere, una moneta d’argento nota in soli tre esemplari, datata intorno al 530, 520 a. C. che presenta la legenda in lettere greche PAL-MOL ed ha come immagine un cinghiale.
Sono soprattutto le testimonianze rinvenute nella necropoli, esplorata già agli inizi degli anni ’30, che ci consentono di meglio connotare questa originalissima comunità che adotta due diversi tipi di rituali funerari: quello a inumazione e quello ad incinerazione.
Le tombe a inumazione
sono generalmente a fossa, circondata da ciottoli, con ricchissimi corredi caratterizzati dalla presenza di ceramica cd. Geometrica, per il tipo di decorazione dei vasi, diffusa nel Vallo di Diano e nella Val d’Agri.
Particolare rilievo è dato al cratere-kantharos, la cui presenza all’interno delle sepolture è pressoché costante ed è spesso replicata in più esemplari. Questa stessa forma è miniaturizzata, quando è presente, nelle tombe dei bambini.
Accanto al vasellame indigeno particolare successo hanno i vasi per bere greci o greco - coloniali quali le coppe ioniche, le coppette a fasce, le brocche, i crateri, le oinochoai e le hydrai. Sono presenti anche coppe e cup-skyphoi attici a figure nere con scene di genere, di qualità non eccellente.
Tra gli altri oggetti si segnalano le fibule in bronzo, generalmente poste all’altezza delle spalle e talvolta presenti in notevole quantità verosimilmente per il tipo di abbigliamento indossato, nonché le armi, soprattutto lance, sovente associate a coltelli. Tuttavia non vi è alcun elemento nelle tombe di armati che ne sottolinei il ruolo di particolare rilevanza all’interno della collettività.
Le tombe ad incinerazione,
in quantità minore rispetto a quelle degli inumati, seguono diverse tipologie.
Un gruppo di tombe ad incinerazione è, infatti, costituito da casse di tegole che conservavano al loro interno esclusivamente pochi vasi di tipo ionico senza ceramica indigena.
Il secondo gruppo è una serie di tombe a pozzo, con i vasi disposti in circolo intorno al cinerario, costituito da un cratere-kantharos alla cui sommità è posto un ciottolo, in qualche caso sbozzato a testa umana. In questo secondo caso i vasi di corredo sono del tutto analoghi a quelli delle tombe ad inumazione.
Se l’adozione di questo tipo di rituale che predilige un cinerario antropomorfo non trova, al momento, una spiegazione plausibile, e resta del tutto isolata da un contesto che esprime la propria ideologia secondo modi e forme comuni al mondo indigeno della Lucania antica, quella che sceglie l’incinerazione in una semplice cassa di tegole trova ampia attestazione nel mondo greco coloniale. All’interno della stessa necropoli sembrano, dunque, coesistere tombe indigene e greche.
D’altro canto l’elevato grado di permeabilità della comunità indigena di Palinuro al mondo greco si coglie anche attraverso gli oggetti di corredo di alcune sepolture non greche “emergenti”, che, accanto al vasellame tipico di tradizione geometrica hanno restituito in notevole quantità grandi vasi attici a figure nere raffiguranti gli ideali tipici della società aristocratica ellenica, quali la musica, la palestra, l’amore.
La stessa ideologia del banchetto, simbolo per eccellenza del mondo greco, viene estrinsecata nella scelta di veri e propri servizi da mensa.
Ma vi è un altro aspetto, quello del culto, che indizia in modo inequivocabile la presenza di elementi greci all’interno o ai margini della comunità indigena.
Gli scavi degli anni ’50, ripresi in epoca più recente, hanno portato alla luce cospicue tracce di un’area culturale con terrecotte votive di tipo greco e ceramiche comprese in un arco cronologico tra il VI a.C. e l’età ellenistica. Eccezionale interesse rivestono i materiali votivi, verosimilmente legati ad almeno una divinità femminile la cui identità appare ancora ignota, considerata la genericità degli esemplari arcaici, ma meglio si connota per quelli più recenti che recano attributi, quali il porcellino, generalmente riferiti al culto di Demera.
Da rilevare, peraltro, l’ampio arco cronologico in cui si inseriscono questi oggetti.
Se, infatti, inizialmente si riteneva che la scomparsa dell’insediamento indigeno di Palinuro, sullo scorcio del VI sec. a.C., comportasse anche l’abbandono totale del sito, appare oggi più probabile, proprio sulla base degli elementi materiali che perdurano almeno sino all’età ellenistica, che esso sia entrato nell’orbita territoriale della vicina Elea, fondata, come sappiamo, da coloni focesi poco dopo la metà del VI sec. a.C. e ne abbia poi condiviso le sorti.
Testi a cura de "Ente Provinciale del Turismo - Provincia di Salerno".